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10494696_574952765955744_7825594732620944717_n  Marisa Provenzano

Poche parole su “Deltaplano” di Michele Miano

Poesia breve e leggera, con parole che a volte hanno il profumo, il colore e la freschezza della natura, in quella semantica musicalità che rimanda ad una poesia ‘onesta’ come la definiva Umberto Saba.
L’opera di Miano è caratterizzata soprattutto da quel ‘latente’ soffrire che lascia inizialmente il lettore sulla soglia del dubbio e dell’incertezza, nella inconsapevole e ingenua ricerca nei versi di un approdo dell’anima ad una quiete, seppur negata, forse impossibile e mai raggiunta.
La ‘figura’ è diafana e la parola è vaga ma non vacua.
‘Sospensione’, equilibrio spesso instabile tra un ‘essere’ e un ‘non essere’ che a volte faticano a ‘divenire’.
Si respira nei versi l’incontaminato mondo dell’anima che si fa parola reale per poi librarsi nell’etereo ed impalpabile scenario di ‘incertezza’: “ed è vana ricerca aspirare/ al sillogismo dell’esistenza”. (da Sensazioni – Paesaggi dell’anima)
E’ aspirazione, desiderio la poesia di Miano ma è anche attesa che s’illude e delude, incontro che perde il ‘contatto’ per lasciarsi ancora sospingere da un lieve alito di vento o dal frullio di un’ala di rondine.
Lo scrittore si lascia andare nelle sue liriche al ‘gioco poetico’ del ‘contrario’, ma ci si domanda se questo altalenante moto dell’anima non sia che la realtà della vita, tra ciò che appare e ciò che ci è ignoto.
Il velame si scopre solo agli occhi del poeta, che forse è l’unico vero depositario della ‘VERITA’, che rimane rinchiusa nelle ’parole’, nei versi, limpida come un’alba o oscura come la notte. Sembrerebbe non avere risposte il poeta, in questa sua costante e a volte affannosa ricerca. C’è il rammarico del suo sguardo agli uomini che soffrono, a quelli che non sanno e non hanno voglia di cercare. Non ha suggerimenti o consigli, perché il suo verso s’invola in cieli di primavere, in ricordi amari, in attese spesso inutili. E’ la poesia l’unica linfa di cui si imbibisce e per la quale sembra vivere.
Cosa potrà consolarlo nella sua tormentata ricerca? “Forse mi resta accanto almeno un deltaplano” (da “Deltaplano”) e sarà volo incerto, approdo forse, e continuo dubbio.
Nell’opera di Miano si respira il dinamismo dell’evoluzione dell’uomo, quella vivacità di ‘parole’ che creano l’armonia degli opposti, perché la sua poesia non lascia nel lettore vuoti, silenzi, assenze e tormenti, ma apre spiragli alla possibilità di appropriarsi della reale essenza e conduce alla realizzazione dell’’origine’ non soltanto come principio, ma anche come meta ultima, sempre in quella possibilità del ‘chiaro-scuro’ che si intravede nella lettura di alcune liriche.
C’è l’uomo nella sua fragilità e il Divino come possibilità, la malinconia e lo squarcio di azzurro che rasserena. Tutto questo fa della poesia di Miano una celebrazione dell’infinità dell’essere e della sua concreta finitudine,
Poetica composta e capace di creare grande empatia con il lettore.
Marisa Provenzano

 

1908419_827014407349094_9119831110213319464_n     Ninnj Di Stefano Busà

DELTAPLANO, di Michele Miano, Editrice Bastogi, 2014, pagg 45

Michele Miano giunge alla sua seconda raccolta poetica con un ché di costruzione sintattica e sinestetica di particolare rilievo.
Dalla sua poetica di oggi si evincono segnali di accensioni che vivono di luce propria:
“Prima linfa, vestita di germogli e/ rami in fiore/ fluisce nel grembo della natura./ Ognuno ode grida di fanciullo,/ di una vita che si desta.” (Vita).
Esemplare appare il paragone della natura che si desta in stretta correlazione con la fanciullezza…
Miano si rivela un sognatore e un artista che sa cogliere i minimi dettagli dalle suggestioni/emozioni che violentano la vita quotidiana, e pare glissare, virare tra i silenzi che incidono l’anima: “notte/ in una città livida di umori,/ nel torpore di una vita/ rimasta in bilico sul baratro-/…/ ed ecco, l’alba, foriera di nuove illusioni –
(pag.13 Silenzio). E a proposito di silenzi, un altro breve testo ne rende tutto il significato onirico: – silenzio-illusioni- come lo definisce l’autore, vuole essere “cassa ridondante di echi ormai lontani” dichiara infine.
Molto pregnante trovo la riflessione sulla quale Miano si sofferma per descrivere l’esistente di ognuno: “Così ritorni nell’orbita della vita/ come una favilla, ormai incasellata/ in una goccia, come in un’impronta/ di luce un tremito d’ombra/, che trovo di estremo rigore e nitidezza verbale, oltre che stilistico e di ottima fattura.
Il tempus fuggit è dato dai segnali delle stagioni, dall’alternarsi dei paesaggi, a tal proposito vi è un bel naturalismo descrittivo nelle sue ricerche di luce, nei suoi tentativi di sconfiggere le tenebre, che adombrano e quasi delineano la comparazione ai tempi felici della giovinezza in cui: “L’aria è vapore: Le stelle dipingono angoli di cuore:/e le trascorse stagioni/ riaffiorano come parole evanescenti./ (pag 21 senza titolo). L’alternarsi dell’esistente e dell’assente, della luce e dell’ombra, del giorno e della notte, del silenzio e del frastuono sono ripresi dall’autore poi in un altro testo che lascia intendere l’essere e il divenire come entità che mutano, in continuo dissociazione di pensieri…”cosa dire? cosa pensare? La notte./
Sullo sfondo vi permane un senso di torpore e di abbandono non manifesti, che però l’autore fa riemergere nell’alternarsi nitido dell’alba, con le sue gioie e i dolori, verità e falsità, vita e morte attraverso i quali si giunge a “sentieri inondati dall’alba./ La luce rinasce”. Michele Miano nell’ultima parte della silloge rivela una meditazione più profonda sul dramma della vita: “ Dove cerchi ordine trovi il disordine. /Dove credi di raccattare un po’ di serenità/ trovi il tormento/. Ho provato a immaginare città invisibili/…Qui si giunge alla concreta lacerazione del poeta a fronte del suo male, nel triste e solitario peregrinare dei sensi, nei dubbi, negli agguati, nelle rinunce, nelle assenze egli intercetta la minima gioia che è sempre di breve durata. Il quotidiano è un armistizio che è bene cogliere per combattere con la realtà arida e aggressiva che ci tende agguati e tranelli.
Vi è un testo particolarmente elogiativo, che dà il massimo della resa stilistica di Michele Miano.
A pag. 27: “Non chiedermi mai/ quale sarebbe stato il nostro porto di rugiada” /…/ (certamente intesa come lenimento e conforto), e il testo continua con “Oltre, il mio orizzonte,/ le risposte che non ho/ in un quaderno ancora senza titolo.
Due parole a proposito dello stile che si rivela semplice, accessibile, trasparente e appassionato, e riflette l’abbrivio di un tono naturalistico/sentimentale non estraneo alle vie del cuore che di frequente sfocia in metafore di descrittivismo simbiotico tra il creato e l’uomo, spaziando in una trascendenza che l’autore esplicita con temi e visioni dell’oltre.
La sua sensibilità capta i segnali del mondo che aprono squarci azzurri nell’anima…
da qui la sua malinconia contenuta, rarefatta, quasi aggrumata in un sotterraneo sentire che è snodo visionario della sua ispirazione; eppure mordace, illimpidita da una rara perizia mnemonica che vivacizza e rende per sintagmi la pena che sembra avvolgere tutta la sua poesia in un alone immaginifico, quasi alato, lieve e sincero, mai piatto, né scialbo, ma fortemente intenzionato a profilarsi come intuizione lirica.
Ninnj Di Stefano Busà

 

 

 

 

 

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