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Armando Ginesi

Armando Ginesi

MANICHINI COME METAFORE DELL’ESISTENZA

Pur senza mai rinunciare alla sua carica ironica che è parte integrante del suo carattere (la si ritrova negli scritti e nelle opere visive: pittoriche, grafiche e scultoree) Alessandro Marcucci Pinoli – Nani per gli amici – con questi lavori esprime in modo chiaro quanto stia vivendo un momento di riflessione seria sui perché fondamentali dell’esistenza. Egli sospende, dunque, le sue brillanti, acute, guizzanti incursioni nell’universo di derivazione duchampiana per approcciare in modo più composto, ma mai convenzionale e scontato, le problematiche dell’essere.
L’umanità che i suoi manichini plastici offrono è il campione di un processo di omologazione al quale essa sembra inevitabilmente sottoposta. Gli androidi sono tutti dello stesso colore, nudi (il nudo è spersonalizzante, paradossalmente quanto lo sono le uniformi, nelle quali almeno ci sono i gradi a mantenere un certo orientamento distintivo), privi di pupille con i soli bulbi oculari bianchi che rendono l’uno simile all’altro.
La rassegna di Palazzo delle Esposizioni di Roma ha presentato anche qualche dipinto dove un manichino è relazionato ad uno spazio vuoto (bianco o nero, poco importa). Non si capisce se entri in scena (ovvero nello spazio) o se ne ritragga. La doppia ammissibile interpretazione è propria delle infinite possibilità ermeneutiche che derivano dall’ambiguità dell’arte: essa infatti, dal punto di vista linguistico, nutrendosi di metafore, assembla sempre almeno due verità, quella della proposizione e quella della finzione, come dice Eberard Jüngel.
L’artista ha dato titoli alle sue opere: Turba (nel doppio senso di voce del verbo turbare: terza persona dell’indicativo presente, ma anche seconda persona dell’imperativo; senza dimenticare il significato di massa, che è una terza opzione di verità); Gabbia (quella che l’umanità, giorno dopo giorno, si costruisce attorno e dentro la quale finirà inesorabilmente imprigionata); Umanità (tre manichini di differente colore – è l’unica eccezione alla monocromia – vale e dire l’umanità dei bianchi, dei neri e dei gialli, legata alla stessa catena, allo stesso destino: ma se ne accorgerà?; Le scale della vita: e qui ci sarebbe tanto da dire. La scala rivolta al cielo è il segno di una insopprimibile nostalgia del Paradiso? Salirla è una specie di desiderio di ascendere, come con le cattedrali gotiche, verso la dimensione uranica da cui un peccato di orgoglio ci ha estromesso all’inizio dei secoli? Le cadute sono il tentativo fallito di ritornare al luogo di origine? Oppure richiamano alla memoria ancestrale proprio il peccato originale che è seguito all’altro – ancor più grave – che determinò la caduta dell’angelo ribelle? O, infine, sono metafore di alcuni dei più tragici eventi della modernità: guerre; morti sul lavoro; stragi della domenica?
Infine Le tre età dell’umanità: una strada lunga (la giovinezza); un tragitto a metà (la maturità); un sentiero breve breve che ha dinanzi a sé il tunnel della morte (la vecchiaia). Ma, in fondo a quel tunnel, si vede un puntino bianco … La speranza in un’altra vita ? Forse, vista la grande fede dell’artista. E qui il racconto si interrompe.

Armando Ginesi

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