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Buona navigazione.

Salvatore Gaglio

Nel chiuso del cuore, nel buio
di questa mia notte infinita,
attende la gemma spaurita
di schiudersi in fiore;
e tende la polla sorgiva
al balzo su rapida riva.
Ne emano la querula voce,
del rivo sognato
facendomi foce;
facendomi vano cantore
del boccio anelato
che mai fiorirà.

Il tempo, mio cuore, è passato
e sogni e speranze ed incanti
echeggiano antichi rimpianti
d’illusa realtà.
Ricordo (ma è solo un ricordo)
che il sole brillava nel cielo
dall’umo proruppi uno stelo
smanioso di luce; gli vidi
accendersi il capo di tinte
dall’iride in baci dipinte.

Che dolce memoria m’induce
che umani pensieri mi desta
quel correre incontro alla festa
per terre e per cieli di luce.
Ricordi di stimmi e di antere
di petali ed api in fermento
di danze amorose del vento
fervore di mie primavere.

Ancora vorresti sbocciare,
trascorse le tante stagioni?
Ancora vorresti sgorgare,
se ardore oramai non sprigioni?

Ma chiusa nel cuore, nel buio
di questa mia notte infinita,
vorrebbe la gemma avvizzita
dischiudersi in fiore;
e l’arida polla sorgiva
vorrebbe balzare alla riva.
Ne emano la querula voce,
del rivo sognato
facendomi foce;
facendomi vano cantore
del boccio anelato
che mai fiorirà.

STELLA POLARE
(sonetto caudato in versi spezzati)

Sei luce agli occhi
palpito del cuore
odore di rugiada nel mattino.
Stella Polare,
tracci il mio cammino
e a notte sei la luce
e sei l’amore.

Ti vedo,
e già mi ammalia lo splendore
delle tue labbra fattesi destino.
Ti balzo incontro
alato Cherubino
e ti abbraccio
in un culmine di ardore.

Non mi svanire mai,
sogno boreale
d’aurore immense,
porto di salvezza
ai furenti ondeggiar del fortunale.

Amore, solo tu mi sei certezza
in questo nostro incedere fatale
che ci intride le labbra di tristezza.

Basta una tua carezza
per dileguar le nuvole del male.

Ricordi quelle vie serpiginose?
Traboccavano grappoli i balconi
e seni rigogliosi
e gote in fiore.
Erano la fucina a noi dei sogni;
delle nostre speranze i sillabari.

Dal piazzale, ed in anse collinari,
partivano a raggiera;
abbracciavano i fianchi del Bastione
con tenacia di massi e caprifichi,
e svanivano in cima a monte Chieli.

Erano acciottolati di calcare
sconnessi dalle piene;
nell’inverno ruscelli turbinosi,
e sotto il sole della primavera
greti di ortiche.
Ma ricordi all’Ave
l’animarsi convulso e spensierato
dei bimbi e delle rondini,
su per i calli
e giù per il Sagrato,
tra casupole e spiazzi?

Oggi rivedo in me
fingo nell’aria
¬per quelle strade in un guizzare a frotte
stormi improvvisi di fanciulli; cori
nel parossismo della frenesia;
esuberante vaga leggiadria
erompere dalle anse e svicolare
incessante ed etereo galoppare.

Quei fanciulli vocianti in mille agoni
forse eravamo noi
nel gioco ininterrotto eterni Eroi,
Paladini di Francia e spadaccini:
occhi limpidi e chiari
non turbati dai flutti d’avvenire.

Passeri spensierati, ali giulive,
fiori appena dischiusi alla rugiada,
nell’incanto incorrotto al ciel turchino
senza ieri e domani
¬folletti straripammo in erte e piani.

Fummo fiotti di vita esuberante
e pei greti anche noi tenaci piante,
quando alla sera, esausti,
seduti sopra cigli di alabastri,
specchiammo i sogni
nel brillio degli astri.

Errai nel mondo delle mie rovine
tra i vuoti tabernacoli del cuore.
E barcollavo sulle mie speranze
fossilizzate
gelide conchiglie del passato.

Vidi la barca antica
languire sopra i ciottoli del lido.
Vidi le vele / ed erano distese
sulle rocce dei vinti
al tenue sole della gioventù.

Sperai d’interrogar le mie parvenze;
di ridestare i brividi perduti.
Ma tutto fu silenzio intorno a me.
E nel silenzio vano della sera
il cuore si assopì
… e poi fu notte.

(1977)