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Buona navigazione.

Enzo Quaranta

Curvo,
gli occhi rivolti alle aride zolle,
il tempo cadenzato dal rumore della zappa,
mentre affonda nel ventre della madre terra.
Il sapore salato del sudore,
offre refrigerio alle tue labbra,
scolpite dal sole.
Il canto della cicala festante,
stona di fronte al gemito
della tua atavica fatica.
Ti ergi,
e poggiandoti al tuo attrezzo,
guardi l’ondeggiante e sfuocata natura,
per la “calandrella”,
e il corpo nudo e fecondo
dell’amata terra.
La smorfia di sofferenza
sul tuo viso,
si trasforma in uno splendido sorriso.

 

Enzo Quaranta

In questa notte oscura e fredda, respiro l’odore acre del fuoco che brucia la mia anima.
E tra la nebbia e il buio eterno, sento in lontananza il rumore dei tuoi passi cadenzati.
La tua bellezza non sfiorisce nel tempo!
Vedo i tuoi capelli vibrare nell’aria, la tua pelle liscia, il tuo corpo scolpito,
il tuo viso cupo che s’intona col tuo vestito scuro.
Tu, così bella, puoi ingannare qualsiasi animo.
Come il sole cadenza il giorno, così tu cadenzi la mia vita.
Ho sofferto della tua presenza,
ho lottato per non averti,
ho avuto paura che mi lasciassi,
ho riso nell’allontanarti,
ho gioito nel respingerti,
ho sperato di non rivederti.
E invece sei qui! Tu mi conosci, come io conosco te.
Ma questa sera non combatteremo, non urleremo.
Questa sera sono stanco.
E allora vieni, vieni pure, avvolgimi, abbracciami.
In questa notte oscura, in questa esasperante solitudine, ho la forza per dirti, piangendo:
“Bentornata Melancònia!”

Enzo Quaranta

Racconto breve

L’ANIMA DEI MORTI

E’ giovedì sera dell’ultimo giorno di ottobre. Fuori ci sono ancora venticinque gradi, fa un caldo strano in questo autunno che non arriva in pieno. “Sono cambiate le stagioni”, penso. Ma quel pensiero un po’ banale, utilizzato spesso impropriamente per lamentare il cambio delle abitudini della società, stasera sembra proprio azzeccato.
Esco di casa per fare una passeggiata e sento che l’umidità sta prendendo il posto del caldo giornaliero, rendendo l’aria pesante, a tratti irrespirabile. Bastano pochi minuti dall’inizio della camminata che già mi sento sudato e appiccicaticcio, e mi chiedo per quale anomala ragione questa sera ho deciso di fare una passeggiata. Fortunatamente arrivo ad una pineta malcurata, non distante da casa, dove una panchina che resiste agli atti vandalici, dona conforto alle mie membra stanche. Se guardo il paesaggio che mi circonda noto che poco è cambiato negli anni. Qualche colata di cemento in più qua e là, senza alcuna logica e senza alcuna regola; sembrano voler essere delle opere a perenne memoria dell’incapacità e della corruzione che ha caratterizzato le amministrazioni comunali che si sono susseguite. Il traffico delle auto irregolare e incontrollato fa da cornice a questo scempio urbano.
Vengono verso di me un gruppetto di bambini, con maschere di mostri, di teschi, di zombi, che urlando e facendo baccano mi gridano: “Dolcetto o scherzetto?”. Impaurito e ansimante, cerco nelle tasche e non avendo caramelle estraggo delle monete che i giovani teppisti afferrano al volo, dicendomi che è stata la mia serata fortunata, altrimenti sarei stato colpito con uova marce e farina. Pochi secondi e sono già lontani ad effettuare ulteriori estorsioni a commercianti, cittadini ignari, povere vecchiette. Saranno state le maschere mostruose, saranno state le urla, saranno state le proporzioni del branco, ma non posso negare che io, uomo adulto poco più che cinquantenne, ho avuto paura di questi fanciulli, vedendomi già impanato con farina e uova e forse qualche manganellata.
Non posso che non pensare nuovamente “sono cambiate le stagioni”, e non solo perché l’ultimo di ottobre fa molto caldo, non solo perché il paesaggio della mia cittadina nativa è notevolmente peggiorato, ma perché la mia mente ripensa a come si festeggiava l’arrivo di tutti i santi in passato.
Sia chiaro, non sono un cattolico professante, non ho alcuna intenzione di inserirmi nella inutile diatriba tra la festa sacra e profana, anzi, molto spesso ho propeso per le feste folcloristiche e popolari, che sicuramente nascono da eventi storici, circostanze reali e credenze popolari diffuse.
Ma questa festa americana importata non mi piace proprio, non ne capisco lo spirito, non diverso dal carnevale che viene festeggiato tra qualche mese (sicuramente con maschere più belle e divertenti), fatto in alcuni casi di esagerazioni fuori luogo. Probabilmente nasce con l’intendo di sdrammatizzare la morte, di esorcizzarla, di distrarre la mente rispetto a quanto la morte faccia paura. In ogni caso non credo sia un buon esempio per i nostri piccoli amati giovani banditi che utilizzano ogni nuova circostanza per tirare fuori il peggio di loro.
E allora, mentre rilasso il mio corpo su questa panchina sofferente, la mia mente torna in dietro nel tempo, dieci, venti, trenta, quarant’anni fa….
Eccomi fanciullo, allegro e spensierato, dentro casa dei miei nonni paterni. La casa ha solo tre stanze grandi, volte alte, fresca d’estate, fredda d’inverno. Mi accoglie all’ingresso mia nonna Loreta, il viso scavato dalle rughe, i capelli argentati raccolti dietro la testa e un sorriso splendido e contagioso, con il quale mi si avvicina e tenendomi il viso con le mani grandi e callose, mi dona diversi baci sulle guance pronunciate.
Dopo saluto nonno Antonio, un contadino che ha dedicato la sua vita alla famiglia e alla terra, gli unici suoi amori. Si, la terra, perché i contadini, quelli veri, non si limitano a coltivarla, ma la amano. La terra li ha visti nascere, li ha visti crescere, fiorire e anche sfiorire. E mio nonno, stanco di lottare contro la vita, continua ad avere pensieri belli per la terra che ha sempre coltivato e che vuole continuare a vedere ogni giorno, fino alla fine.
In questa minuscola casa ci raduniamo con cugini e zii, e la nonna inizia le celebrazioni donando a ognuno di noi fanciulli, i regali per la festa: gli “scaldatelli”, ossia i taralli tipici pugliesi, i “pupurt”, il tipico dolce povero fatto con mosto cotto e mandorle, il melocotogno cotto, il melograno. “Quist so p l’anm di mort” aggiungeva la nonna nel porgerci questi preziosi doni.
Mi sono sempre chiesto il significato dei doni per l’anima dei morti. Preludio delle più recenti calze fatte di caramelle industriali, gomme da masticare di dubbia provenienza e dolciumi di basso pregio, questi doni erano in ricordo dell’anima dei morti, ossia i morti, i nostri morti, erano buoni con i bambini, non facevano paura e cercavano ogni anno, attraverso questi regali, di mantenere vivo il loro ricordo.
Infatti, terminato il rituale della distribuzione dei doni, tutti raccolti attorno al braciere, ascoltavamo le storie sui nostri defunti, i genitori dei nonni, gli zii dei nonni, i nonni dei nonni; persone mai conosciute da noi, ma che diventavano vive attraverso il ricordo e il racconto che durava per ore, ricco di particolari e di aneddoti.
E così, attraverso questi racconti, ho conosciuto nonno Nicola, morto dieci anni prima dell’inizio della seconda guerra mondiale, uomo tutto d’un pezzo, grande lavoratore, convinto che solo chi portava i baffi poteva essere considerato uomo. Ho conosciuto nonna Santina, morta negli anni venti, alla cui scomparsa si è accompagnata quella della zia Michela, sua figlia, sfiorita in tenera età per un neo degenerato. Ho conosciuto nonna Felicetta, scomparsa a novant’anni dopo aver seppellito due mariti che, per volere del destino, avevano lo stesso cognome.
Potrei continuare per ore e ancora risuonano nella mia testa i racconti che in maniera costante e identica si ripetevano di anno in anno, la sera prima della celebrazione dei santi e dei morti.
L’indomani, accompagnati sempre dai nonni, avremmo portato conforto e saluto ai defunti protagonisti dei racconti, potendo finalmente associare ad ogni storia anche un volto, magari in bianco e nero, magari dai contorni irregolari, a comprova di un’epoca oramai trapassata, ma costantemente vivi nella memoria dei narratori che avevano il compito morale e il piacere di tramandare questi ricordi.
Perché il tema vero è proprio questo: quello che vogliono i defunti è non essere dimenticati, perché se la morte materiale termina con la fina della vita, la morte reale termina con la fine del ricordo. Solo quando nessuno più si ricorderà di noi, solo allora, saremo morti definitivamente.
Torno alla realtà e mi accorgo che navigo tra i miei pensieri oramai da un paio d’ore. Il traffico delle auto si è fermato e la notte, oramai, ha preso il posto della sera. Mi hanno turbato queste riflessioni e mi sento malinconico, perché quei meravigliosi tempi fatti di povertà di beni e di ricchezza di sentimenti non torneranno più, e mi sento triste perché queste nuove generazioni, nella loro inconsapevolezza, non avranno mai la fortuna di vivere ciò che la mia generazione ha vissuto.
Forse tutto non è perso, e riavviandomi verso casa, penso che domani raccoglierò intorno a me i figli e le figlie dei miei fratelli e li porterò con me al cimitero; racconterò loro di nonno Nicola con la fissa dei baffi, di nonna Felicetta e delle sue sfortunate vicende; ma racconterò loro anche di nonno Antonio e nonna Loreta, delle loro vite, dei loro sacrifici, dei loro aneddoti e di come festeggiavamo la notte di Halloween.
Torno a casa e mi sento più sereno, ceno e, prima di andare a letto, mi sovviene l’ultima usanza che caratterizzava la nostra festa dei morti: la tavola doveva rimanere imbandita per consentire ai defunti che passavano a salutare i parenti, di potersi rifocillare, di poter mangiare e bere, prima di tornare al loro riposo eterno.
Così faccio, lascio la tavola imbandita: pane, olio, vino, acqua, salame, melograno. “Una tavola un po’ povera” – penso – “ma tanto loro sono abituati e forse non gradirebbero altro.” Vado a letto, sereno ed entusiasta per la missione che affronterò domani, tramandando i ricordi e tenendo in vita i nostri morti.
A notte inoltrata e dopo almeno tre ore di sonno, un rumore dalla cucina mi sveglia. Apro gli occhi nel buio e mentre sto per scendere dal letto, rifletto e torno a coricarmi, e felice riprendo sonno.
“Grazie per essere passati, nonni, vi voglio bene.”

Enzo Quaranta