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Buona navigazione.

Claudio Di Paola

La notte ci porge le
sue bende dopo
averci braccati e feriti

Ci siamo assopiti sopra
una lacrima che
brucia ancora come
le viscere dell’Etna

Rincorsi come animali incompresi
coi volti
scavati dal perdono

tra passi confusi tra
mille eclissi di luna
-e ci troviamo ancora
ancora una volta-

Come vestali tradite
ci riconosciamo nell’altra
parte del sentire
annuendo alle docili
ali del caos
E sotto questo nuovo angelo
brancoliamo fra le ore cieche
poi…

distesi e inconsci ci
inarchiamo dentro le
pallide piume delle nostre vene

La nostra gioia ci
sfianca –immensa- di paura
e nella deforme sera
ci acquattiamo stanchi dentro
i forti suoni dell’anima

Pieni delle contraddizioni del
divenire ci incontriamo in
questo fiume antico che
ci tiene in vita
dentro la nostra inafferrabile notte.

Sei più forte del silenzio e
nel silenzio del lago
senti le mie aritmie
rimbalzare come sassi.

Ma se mi piego sento che il
calare a picco sulle cose ci
fa mondo e il
nostro peso da viandante,
respiro umido della terra,
ci ascende dall’ inferno.

Ci avete colto di sorpresa voi…
cose fra la vita,
nuove covate di primavera
sulla terra assordante.

Questo è il nostro risveglio
incagliati sul bordo della vita.

Senza togliere un solo peccato
sentire l’eternità soffiarci sul collo
è lì che svaniscono i
profumi dei nostri respiri
schiacciati sotto il peso di un Dio.

Ognuno tracima solo su queste fiamme
sotto il calco della propria costellazione e
nel silenzio della notte rabbrividisco
quando sento il canto interiore di
tre foglie appena sfiorate.

Risalgo lungo il sentiero
fra i monti superbi
e trattengo le lacrime a forza
nella polvere di gelo.

L’eco di un vecchio tamburo
si attacca e
resiste dopo un lungo viaggio

dove ti ritrovo scalfita

C’è troppo silenzio in
questa vertigine di occhi
nelle sordità dei nostri gesti

dove precipitano tutte le parole
dove donna smette
dove maschio rantola.

Pensieri che sfrangiano pensieri e
ne raccolgono filamenti d’ uomo.

L’oceano è diventato un
manto sfilacciato fra gli
anni rubati agli anni
pezzi di vetro fra le
bracciate immobili.

Esisto
nella ricerca dell’ ordine
nel fascino del caos.

Adesso sono un Dio umano
pestato a sangue e
gettato fra le umide segature
del celeste impero del niente

sono carne appesa al chiodo
segmento scisso da
un credo lento a morire.

Canto di me e
della mia terra, delle
auree ceneri tra
fango e pietre antiche.

Alti affreschi di
tramonti fra
rami di luce e
schizzi di lunghe ombre.

Le campane
dell’immacolata suonano
indifferenti sulle
pianificate solitudini.

Lutto è il
bianco dei tuoi occhi,
sapienti le mille
mammelle che immetti

nelle tacite bocche
di giganti d’argilla e
tutta ti doni come
madre ai suoi cuccioli.

E’ il tuo
sangue che innaffia i
fiori di strada,
cane che morde dentro.

Sei un verso
bagnato che esce dal
ferro di uomini,
lupi neri su lupi bianchi.

Fingi il bello
dei tuoi pensieri nel
loro decomporsi, il tuo
fiato mi impasta la vita.

Sei un muscolo di
canto scolpito, snudato,
scuoiato, la tua sete
racconti nell’arido tacere.

Schioma sugli
alberi la strana sciarada
Ed è molto silenziosa la
bianca groviera di Pantalica.

Una mano s’alza
e corre sui tasti,
un bambino la imita
e la segue sui prati.

E’ il grande sogno che ci
crede e suda di queste
parole che non
sono mai abbastanza.

Un giro amniotico del
pensare in sella alla
solitudine del mondo.

Se alzo gli occhi
sento il sapore della
tua luce ma
se mi arrendo quella
stessa cosa mi precipita.

Quando il senso del
finire penetra dentro le
mie ossa la sete è
strappata dal mio palato e
sa di arresa alle mie vecchie torri,
giù… a ponente!

Così-vorrei urlare il mio
essere bestia ferita
come un Dio che
spira e poi risorge.

( Sinagoghe, moschee
chiese e templi,
da oriente a occidente;
nel mezzo l’uomo…
che guarda alla luna! )

La notte dell’ antico Egitto
e del suo re Scorpione,
primo con la doppia corona
sotto la stessa luna.

Delle fate incantatrici
che navigano sulle onde
caramellate dell’ipocrisia

e gli sterili rosari sciorinati
fra le cosce della madre.

Le lune in mare
fra stelle e maghi,
scintille che orbitano
fra Dei e cosmogonie.

Lo forza cieca di Abramo,
il terrore sordo di Erode…
serto che gronda ancora di spine.

Preferisco passare un’altra
notte nella mia barca..,
a navigare controcorrente,
non certo contro di te.

Le sequoie…
dalle più profonde radici
alle più alte chiome,
legacci fra terra e cielo,
come i ponti sullo stretto.

L’ennesima luna sulla strada,
come spada che fende il riflesso
di una scheggia umana.

La notte del fermento
nel tuo caldo ventre…
io sono un rude sentiero,
lontano e diverso da te.

Luna che si ingobba …
tu sei altro.

Hai il sapore forte del pino
di Svezia appena tagliato.

Notte bianca carica di parole..,
coperte calde per l’inverno,
tè freddo e menta
nella canicola d’agosto.

Sei la mia “collina primordiale”,
il “barbarico yawp
sopra i tetti del mondo”,

il “Ka”, energia per la vita,
Il mio “violinista sul tetto”,
sei il ricamo di un velo leggero.

Luna che si ritrae timida
se ci nascondiamo nudi..,
ma piena se parliamo di noi.

Luna che si svecchia
col passare allegro delle genti.

Luna che si inerpica nella notte,
dall’Anapo in secca
alle fresche colline di Pantalica.

Il pigolare illogico della vita
sta ovunque e noi la seguiamo,
come pulcino segue la chioccia.

Notte senza scampo dove
un Dio recita il suo gesto
per sgranare l’universo..,
come un rosario.

Luna, dalle righe di
questi raggi seriali, canti
la ninna nanna del mondo.

Ti intravedo percorrere
il sartiame di questa nave
fino alla coffa più alta dell’ albero
maestro, in attesa di avvistare
le profonde terre d’ Eden.

Ti guardo da questa terra cosmica,
con la filiera delle mie
miserie sciolte dietro le spalle.